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Il professore Nicola Cuordoro, docente di lingue presso l'Istituto Comprensivo "G.Lusi" di Ariano Irpino, qualche anno fa, quando solo pochi avevano capito il potere distruttivo della discarica di Difesa Grande, scrisse "La collina della vergogna". Pagine profetiche che oggi hanno ripreso vita e significato circolando tra i manifestanti dei vari blocchi stradali e sono state spunto di riflessione specialmente per i giovani. Ringraziamo Nicola per averci permesso di pubblicarle.


LA COLLINA DELLA VERGOGNA (2030)

Gli apparve all’improvviso dopo l’ennesima curva della statale SS 90 delle Puglie, strada che non compariva più su nessuna mappa dal giorno dell’esodo. Stava sempre lì, disteso sui suoi tre colli come un ex dormiente; infatti da una decina di anni era trapassato dal sonno alla morte direttamente, senza fiatare, senza nessuna ribellione.
Conservava ancora una sua naturale bellezza nel come era collocato, lassù in alto sembrava un Acropoli; mostrava, però, una bellezza sinistra, funerea, mentre si stagliava nel cielo plumbeo dell’Alta Irpinia.
Giovanni si fermò su di uno spiazzo per guardarlo meglio, si, per guardare quello che una volta era il suo paese, il suo mondo, le sue radici: Ariano Irpino.
Un velo di commozione comparve sul suo volto mentre scrutava di lontano quel gigante disteso ormai privo di vita, cercando di scorgere i vari quartieri, le case degli amici, la propria.
Il fumo e il puzzo arrivarono all’improvviso e lo costrinsero ad indossare rapidamente la maschera, i cui vetri si appannarono perché la commozione aveva aperto la strada al pianto. Rientrò in macchina e si tolse la maschera che lo soffocava non poco; mise in moto e si diresse verso il paese. Un leggero malessere lo colse e capì che respirare quel fumo e il suo puzzo non doveva essere una cosa salutare. Capì così cosa volesse dire quella firma sotto quel documento che le autorità gli avevano messo sotto il naso quando aveva deciso di far visita di nuovo al suo paese natio. Era un documento in cui il firmatario si accollava tutte le possibili conseguenze negative che sarebbero potute sopravvenire con l’addentrarsi in un territorio dichiarato Off. Limits.
Ariano e le sue contrade lo erano diventati una quindicina di anni prima, allorquando, per la prima volta, si alzarono dalla collina la nube e il suo puzzo nauseabondo. Fino allora la collina non aveva fatto altro che crescere, anno dopo anno, fin da quel lontano 1995, anno in cui si decise di costruire in località Difesa Grande, una manciata di chilometri dal paese, una grande discarica che doveva servire il paese stesso e altri 46 comuni.
Doveva essere un qualcosa di provvisorio; gli anni passarono e la provvisorietà lasciò il passo al duraturo. Colonne interminabili di camion scaricavano quotidianamente montagne di rifiuti e la collina cresceva sempre di più, fino al giorno in cui da essa si alzò quella nube puzzolente.
Avvolse tutto e tutti; in un primo momento fece vomitare, poi arrivarono le prime morti. Le autorità non seppero fare altro che far evacuare il paese e tutte le sue contrade. Un esodo biblico cominciò e nell’arco di un mese il territorio arianese diventò “Off. Limits”, vietato a tutti, tranne che ai suoi ex abitanti, purché firmassero quel famoso documento. Giovanni lo aveva fatto e ora stava sul punto di entrare in quello che una volta era il suo paese e che ora era un contenitore vuoto, privo di vita vegetale e animale. Passò davanti all’antica fontana borbonica, salì per la panoramica e arrivò davanti al Duomo. Tutto era silenzio e fruscii, innaturale per quei luoghi sempre risuonanti di voci e rumori. Attraversò Piazza Plebiscito ripiena nei giorni di festa di centinaia di persone ed ora tristemente vuota; si sentiva solo il cigolio dei lampioni mossi dal vento. Cercò di uscire dalla macchina ma di nuovo quel puzzo lo avvolse. Rientrò rapidamente in macchina e decise di continuare la sua triste perlustrazione. Infilò Via D’Afflitto ed arrivò in Piazza Garibaldi; i portoni erano socchiusi così come le finestre e i balconi. In giro non si vedeva nessuna cosa che potesse paragonarsi ad un essere vivente, non una persona, un cane, un gatto, un uccello, una formica; tutto il vivibile aveva abbandonato il paese; restavano sui lati delle strade solo le carcasse di quei poveri animali che non avevano fatto in tempo a lasciarlo, ad allontanarsi da quella nube assassina e dal suo puzzo. Quella nube gli aveva succhiato la vita ed ora stava lì, triste testimonianza della dabbenaggine degli uomini, primo testimone della lenta autodistruzione dell’umanità sotto una montagna di rifiuti. Si doveva consumare parecchio se no chi produceva non poteva smaltire la sua produzione, ma consumo significava scarto, rifiuti, e forte consumo forte scarto, cumuli, montagne di rifiuti.
Si portò sul Calvario e una lunga tristezza gli colò nell’animo; il “Palazzo di Giustizia “ stava ancora lì a testimoniare la sua inadeguatezza in un posto dove la “giustizia” era completamente fuor di luogo. Si era sacrificato Ariano e il circondario non tenendo minimamente conto di tutta la sua storia, le sue tradizioni, la sua gente. Ci si era giocato tutto sull’altare di un falso “progresso”, seguendo stupidamente falsi miti di falsi profeti che erano entrati in ballo solo per difendere i propri interessi personali. Altrettanto stupidamente e supinamente si era andati dietro ai loro dettami nella speranza di risolvere i nostri atavici problemi, non sapendo, invece, che così facendo si sarebbero risolti solo i loro problemi. L’opulento Nord doveva rimanere pulito e si scelse il Sud, Ariano, come sua “pattumiera” e il sacrificio fu consumato. Ariano divenne il ricettacolo di tutte le scorie campane e non, specialmente di quelle ad alto rischio ambientale, di quelle ad alto impatto ecologico, insomma, i veleni più schifosi della bell’Italia. Nel contempo era divenuto, però, un “bubbone”, una specie di escrescenza geografica puzzolente, da evitare in maniera accurata e se possibile da dimenticare. Era morta una comunità e con essa erano scomparse migliaia di storie di vita, tracce, memorie; la “Città dei Tre Colli” era scomparsa, soffocata dall’immondizia e dai veleni. Quello, però , era l’epilogo di un lento “decadimento” che era incominciato proprio con l’apertura della discarica; i governanti avevano incominciato a tirare a campare, non svolgevano più quell’elementare azione di traino e di spinta che ogni buon governante ha il dovere di fare, apatia e disinteresse generale avevano cominciato a serpeggiare in tutto il sociale, in tutto il vivibile del paese, conducendolo, a poco a poco, verso un degrado il cui atto finale stava sotto gli occhi di tutti, almeno di quelli che avevano ancora il coraggio di ritornare a proprio rischio e pericolo nel proprio paese o in quello che ne restava, e tra questi c’era Giovanni.
Rimuginava tra sé questi pensieri quando arrivò al Castello; uscì dall’auto indossando la maschera e fu da lì che intravide in lontananza per la prima volta la ”collina”. Si stagliava sinistra tra due altre naturali e si scorgeva appena tra il fumo che da essa fuoriusciva. Il vento lo faceva roteare in una macabra danza e poi lo scagliava in tutte le direzioni; il vecchio “Tricolle” certe volte n’era completamente avvolto, n’erano avvolte le case, i monumenti, gli alberi dagli alti fusti della “Villa Comunale”. Giovanni attraversandola s’infilò nel “viale dell’amore”; gli alberi ai suoi lati erano diventati dei semplici scheletri, di romantico non era rimasto più niente, solo il nome. Sconsolato ritornò sui suoi passi, anche perché era faticoso muoversi con quella “cosa” sul volto. Madido di sudore rientrò in macchina e fu lì che decise di andare a vedere da vicino quella maledetta “collina”.
Intanto un odio smisurato stava crescendo in lui verso quell’innaturale escrescenza di rifiuti ed era un odio che aveva radici lontane, che affondava in recondite motivazioni che portavano alle radici del problema, in quel lontano 1995. Aveva assistito anche lui, senza muovere un dito, allo scempio; come se si trattasse di una cosa che non lo riguardasse affatto si era informato, di tanto in tanto, più per curiosità che per piena coscienza del problema. I governanti del tempo avevano scelto Ariano per dislocare nel suo territorio una grande discarica; lo avevano fatto a ragione perché il popolo arianese era un popolo molto tranquillo, pacato, asettico. Difficilmente prendeva posizione; da una vita accettava supinamente una parte da comprimario senza mai diventare protagonista. Farlo era troppo faticoso, impegnava troppo, rompeva schemi ben radicati, giochi già fatti, privilegi già precostituiti. Si era fatto la propria nicchia, il proprio bozzolo ed in esso si era collocato, geloso, restio e perfino ostile a chi cercasse di tirarlo fuori. I pochi che ci provavano facevano cattiva fine; additati come disturbatori della quiete pubblica e della pace sociale, erano isolati con un’accurata azione fatta di calunnie e dicerie atte a distruggerne l’immagine e la reputazione. Giovanni stesso aveva avuto paura e da ignavo si era ritirato in buon ordine; disinteressandosi di tutto, aveva intrapreso come numerosi suoi concittadini, un lungo periodo che lui chiamava ”vegetativo”, e tutto questo affinché non si distruggesse e la sua immagine e la sua reputazione. Così tutto tornava nella più squallida normalità, le acque della palude tornavano di nuovo a richiudersi, di nuovo tornavano ad essere calme e stagnanti.
Ben sapendo tutto ciò, i governanti del tempo fecero la loro scelta in maniera oculata. La ribellione degli abitanti del sito dove doveva sorgere la discarica fu rapidamente repressa; arrivarono le ruspe, si spianò e la discarica prese forma.
Gli anni passarono e quello che doveva essere un provvedimento temporaneo, ben presto diventò duraturo. I rifiuti arrivavano ormai da tutta la regione e il loro accumulo aveva portato alla formazione di una grande “collina”, lì, a Difesa Grande.
Con essa arrivarono i primi problemi rappresentati dapprima da un leggero fetore che incominciò a impregnare uomini e cose, poi arrivò l’esplosione sulla collina, la fuoriuscita del fumo, quel puzzo nauseabondo, il vomito, le morti, la fuga, l’esodo, la fine di un territorio e di un popolo. Si cercò in tutte le maniere di risolvere il problema ma non vi si riuscì, forse non lo si volle. La frittata era fatta, non si fece altro che capovolgerla. In fin dei conti si doveva trovare un sito dove scaricare i rifiuti e qualcuno si doveva pure sacrificare. Un danno era stato fatto, perché procurarne un altro; bastava procedere, continuare in quello che si era iniziato. L’Arianese divenne la discarica principale del Sud e da quel giorno scomparve dalla cartina geografica, diventò zona “off. limits”, luogo accuratamente da evitare tranne che da qualche suo ex abitante a cui fu dato la possibilità di potervi tornare con le dovute precauzioni, a suo rischio e pericolo.
Giovanni era uno di questi; non aveva resistito alla tentazione di ritornare alle sue radici e, mandando alle ortiche tutte le paure, aveva intrapreso quel triste viaggio. Ora voleva capire tutto e per farlo doveva andare, avvicinarsi a quella maledetta collina. Discese dal paese e si diresse verso la località dove essa si ergeva. Lungo il breve percorso impattò in una lunga colonna di camion carichi di rifiuti. Li sorpassò, ben sapendo che col fare ciò sarebbe arrivato molto presto in vista della collina. Infatti, dopo una breve semicurva, comparve la stravolgente immagine di quell’enorme ammasso di rifiuti di ogni genere. Frenò, inforcò la maschera e uscì dalla sua vecchia utilitaria. Era una cosa tremenda, un ammasso inverosimile di rifiuti d’ogni genere da cui fuoriusciva continuamente quel fumo puzzolente. Intorno ad essa si muovevano solo le ruspe e le gru che cercavano di spargere su di essa nel miglior modo possibile la gran quantità di rifiuti che i camion scaricavano. D’un tratto, nonostante avesse la maschera, gli tornò quel malore. Rientrò in macchina ed un gran desiderio di allontanarsi da quel fetido luogo lo colse; innestò la marcia e partì. Le girò intorno e così poté scorgerla in tutta la sua schifosa grandezza. Qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali sulla parte laterale di un grande rimorchio abbandonato: “La collina della vergogna”. Forse lo avevano fatto prima di fuggire chissà dove, proprio come stava facendo Giovanni in quel momento. Sotto la grande scritta, più in piccolo, si potevano scorgere quelli che dovevano essere dei veri e propri versi. Inforcò di nuovo la maschera, scese dall’auto e si diresse verso il rimorchio passando e calpestando una serie innumerevole di sacchi di immondizia e altro schifoso materiale. Arrivato davanti a lui, poté cominciare a leggere quella che era una vera e propria “poesia”, e mai versi più belli si trovarono in un luogo sì brutto e puzzolente. E lui lesse:

La collina della vergogna


Soffia forte, robusto, il vento
sulla piana di Difesa Grande,
facendo roteare una miriade di
buste vuote e il loro contenuto,
imbrigliando, scagliando in ogni
dove il puzzo nauseabondo
della discarica.


Soffia forte, robusto, il vento
sulla piana di Difesa grande,
scompigliando i pensieri della gente,
riconfermando ingenuità,
disamore e abulia di un popolo.
Ricondannandolo ad essere eterna
e immutata comparsa.


Soffia forte, robusto, il vento
sulla piana di Difesa Grande,
strappando brandelli di immondizia
dalla collina della vergogna,
spargendoli nella nuova riserva
indiana di nome Ariano,


Soffia forte, robusto, il vento
Sulla piana di Difesa Grande,
mentre il popolo della riserva
canta una triste nenia,
melanconica testimonianza di
perdute opportunità, risvegli mai
avvenuti, desiderio di vite più vissute.


Dopo aver letto questi versi, gli venne da pensare che forse non tutto era perduto e che qualche piccola speranza c’era. Ciò non poté, però, frenargli una grande commozione che cominciò a scuotergli le visceri. Pensò a tutto quello che si sarebbe potuto fare e che, per stupida paura e congenita vigliaccheria, non si era fatto. Si diresse di nuovo verso la sua vecchia utilitaria, vi entrò mentre una rabbia infinita cominciò a prenderlo. Ingranò la prima e partì sgommando; mentre stava abbandonando forse per sempre le sue radici, una tristezza immensa gli scese nel cuore. Scostò con una mano la maschera e si asciugò una lacrima con la sciarpa di lana.
Nel mentre la collina stava scomparendo dalla sua vista, un qualcosa attirò la sua attenzione ed era un qualcosa di enormemente inverosimile. Quasi alla base di essa, tra sacchetti neri e vecchie lamiere arrugginite, si ergeva , verde e pimpante, un “meraviglioso cardo selvatico”.

“Voglia Iddio che ciò non succeda e affinché i nostri figli un giorno non ci
maledicano per non aver fatto niente.”
Nicola Cuordoro